martedì 5 novembre 2013

33 giorni



 
La parola chiave per cambiare verso a scuola e lavoro è: integrazione.
Se ne parla da anni, ma pochi sono stati i passi in avanti. Se siamo in crisi, se il nostro sistema produttivo non riesce a rialzarsi, molto dipende anche dalla frattura tra mondo del lavoro e sistema educativo. Un sistema educativo che, a sua volta, dovrebbe essere molto più integrato tra scuola, università e formazione. Occorre rilanciare una cultura delle professionalità, partendo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni. Occorre partire da luoghi fisici: le imprese. La presenza delle imprese e la loro centralità in un nuovo e più efficace processo di costruzione delle competenze è molto lontana dall'essere realizzata. Il 70% di ciò che si apprende avviene in modo implicito, totalmente destrutturato. Dare una forma a questi fenomeni significherebbe alzare il PIL del nostro Paese di molti punti. Il patrimonio professionale su cui contare per competere dovrà essere rafforzato dal punto di vista qualitativo e quantitativo intervenendo sul welfare e sulla facilità di accesso all'esperienza di lavoro. Vanno coinvolti in questo progetto di trasformazione radicale i giovani e gli adulti. Una riforma che deve poter agire su una strategia fondata su alcuni fattori chiave quali: l'avvio per la prima volta nel nostro Paese di un sistema di apprendimento permanente, quelle tre ELLE su cui tanti Paesi europei stanno ora superando la crisi, al cui interno si colloca l'ulteriore sviluppo della formazione continua, la semplificazione della Pubblica Amministrazione centrale e locale, la qualità e la pari dignità dell'offerta, il decollo dei percorsi professionalizzanti non scolastici.
Ci caratterizziamo per la separazione tra sapere tacito - il saper fare - e quello esplicito - le conoscenze - e per la negazione di una pari dignità tra professionalità e possesso delle conoscenze. Tanto è vero che i due percorsi - quello professionalizzante e quello non - sono sempre rimasti separati. In realtà la nostra Costituzione ha da sempre indicato i pilastri per la costruzione di un sistema integrato indirizzato verso il decentramento, l'autonomia, la pluralità dei soggetti (pubblici e privati) in grado di fornire queste conoscenze, il diritto di ogni lavoratore di far crescere la propria capacità professionale. E invece, l'apprendistato non riesce proprio a decollare anche per la frammentazione delle competenze tra tutti gli attori, il sistema scolastico non riesce ad innalzare definitivamente l'obbligo, i bisogni formativi e i relativi contenuti non riescono ad essere espressi, integrando le conoscenze sui nuovi saperi e senza la necessaria integrazione col mondo del lavoro. Eppure le risorse per le riforme ci sarebbero: certamente quelle europee, che ancora dobbiamo imparare ad usare, ma anche risorse nazionali che dobbiamo contribuire a reindirizzare. Tenendo insieme giovani e anziani, dobbiamo contribuire a costruire un nuovo modello di welfare, anche col contributo delle parti sociali. Partendo da alcune realtà – i fondi interprofessionali per la formazione continua – che, pur essendo attive da pochi anni, stanno funzionando, nonostante la loro natura non sia mai stata definita con chiarezza. Si tratta di far evolvere queste strutture verso la produzione di servizi efficaci, realizzando una partnership tra privato e pubblico. Si può creare occupazione solo con una vera intermediazione professionale e per fare ciò è necessario un diretto impegno dei più avanzati sistemi di rappresentanza, attraverso i loro fondi interprofessionali in una versione evoluta, nella gestione di nuovi ed integrati servizi di welfare. Potremo così far evolvere anche i nostri disastrati servizi per l'impiego.
L'obiettivo è quello di provvedere ad assicurare a giovani, imprese e lavoratori i necessari supporti di politica attiva e passiva in ogni momento della loro vita produttiva e professionale, attraverso attività di ricerca, finanziamenti, servizi reali di sostegno ed informazione, oltre ad ogni altro supporto necessario per favorire l'occupazione e lo sviluppo professionale, economico e produttivo. Non certamente, come è stato fatto da uno degli ultimi Governi, di destinare queste risorse alla cassa integrazione in deroga, ossia alle politiche passive!
Queste strutture così rinnovate – attraverso un disegno di legge ad hoc di modifica della normativa vigente (L. 388/2000) – potranno così erogare una molteplicità di servizi integrati, che vanno dalla formazione per occupati e disoccupati, alle analisi e ricerche per lo sviluppo aziendale e territoriale, passando per il bilancio di competenze, il placement, i servizi per la ricollocazione ed il sostegno al reddito, fino alle informazioni sulle opportunità di accesso a salute, previdenza e assistenza. Un sistema che possa prevedere l'affiancamento degli adulti in tendenziale uscita verso i giovani in entrata, magari con un apprendistato finalmente riformato e quindi in grado di assicurare un'occupazione a tempo indeterminato. Un impianto di tal fatta potrebbe portare a una sinergia con le strutture pubbliche che si occupano degli stessi temi (ricordavo i servizi per l'impiego), portando ad una forte razionalizzazione, integrazione e concentrazione di tutti gli sforzi verso la costruzione di un sistema di welfare to work e di flessicurezza adeguato alla realtà di un moderno Paese occidentale.
L'integrazione è possibile. Cambiamo verso a scuola e lavoro, con tutto l'entusiasmo di cui siamo capaci!

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