Si può parlare di leadership a sinistra senza venire tacciati di essere di destra? Riteniamo che ciò avvenga solo nel nostro Paese tra le grandi democrazie occidentali.
Tutto il veleno che alcune anime belle del PD continuano a riversare su Matteo Renzi mostra come, con le primarie, non solo la posta in gioco sia altissima, ma anche che il mutamento che potrà prodursi sia di natura antropologica.
Matteo Renzi, come tutti gli esseri umani, avrà certamente i suoi limiti, ma è persona per nulla ambigua e sta facendo il sindaco come molti nel PD purtroppo non si sognano nemmeno lontanamente. Il nostro Matteo sembra invece scatenare una furia iconoclasta, guarda caso proprio a sinistra, un'acredine vagamente diffamatoria e, proprio in virtù di ciò, particolarmente sospetta: si continua a ripetere che non abbia contenuti. Ma non sarà, per caso, che finalmente si sia affacciato sul proscenio qualcuno in grado di vedere e difendere posizioni coraggiose e che abbia abilità comunicative tali da far temere il tramonto definitivo dei dirigentelli di partitino, e compagnia cantante?
Proprio questa paura sembra essere il vero motivo di cotanto furore.
Senza un leader carismatico il PD è costantemente preda dei micro personalismi dei capicorrente. Anche la bruttissima pagina della moltiplicazione delle tessere durante il Congresso trova così una spiegazione forte, altrimenti il fenomeno sarebbe stato molto più limitato.
Certamente tutti detestiamo e condanniamo il populismo mediatico di Berlusconi e ora anche di Grillo. Ma non si può sempre issare la bandiera della collegialità. In questo modo negli anni scorsi è stato impedito un primo importante ricambio di classe dirigente che poteva e doveva venire dalle tante esperienze positive della stagione dei sindaci, guarda caso percepite in modo favorevole da un numero di elettori che va ben oltre il bacino storico del PD.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: un partito frantumato. L'ultima elezione del Capo dello Stato ha rappresentato il fenomeno più evidente, ma paradossalmente non il più grave in assoluto.
E così, se l'8 dicembre sarà Matteo Renzi il nuovo segretario del PD, tra i suoi tanti e difficili compiti ce ne sarà uno quasi da missione impossibile, ma forse il più importante di tutti: rifondare culturalmente e antropologicamente l'intera classe dirigente del partito.
Se ci riuscirà, non sarà solo il PD, ma buona parte del Paese a ringraziarlo. E allora forse l'attuale terribile percorso che, iniziato con la sua sconfitta alle primarie per la premiership e poi culminato col Governo delle larghe intese, ci sembrerà l'inizio di un cammino propizio, un sentiero che ci porterà a una sinistra migliore che potrà davvero aspirare ad essere guida e cambiare così finalmente verso all'Italia.
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